sabato 21 dicembre 2013

Cultura che nutre


Noi in teoria potremmo mangiare tutto ciò che è commestibile però perché non lo facciamo? Perché mangiamo certe cose e altre no? Nel nostro paese per esempio, in generale, non mangiamo insetti, cani, gatti, roditori etc., però ci nutriamo di cibi che altrove possono provocare disgusto. Pensiamo per esempio alle lumache, alle rane, ai molluschi vivi, interiora di vari animali, testina di vitello, rognoni, animelle, fegato, zampe, orecchie, codini, formaggi puzzolenti e addirittura con i vermi (casu marzu) o semplicemente anche alla carne di cavallo e di coniglio che possono nauseare alcune culture come quella anglosassone.
Si tratta solo di una questione di gusto, di un problema di tossicità oppure l’immangiabile corrisponde ad una definizione oggettiva? Secondo un senso comune, noi mangiamo certi alimenti perché sono facilmente reperibili, a portata di mano e perché ci piacciono. Quindi, ad una prima analisi, disponibilità, rispondenza ai nostri gusti individuali e fattori economici sembrerebbero condizionarci al consumo di un particolare cibo.
Questi fattori sono indubbiamente molto rilevanti nel determinare i comportamenti alimentari dei singoli e della collettività, ma da soli non bastano a dar conto della loro complessità. Le nostre scelte alimentari non sarebbero da considerarsi tali, in quanto si tratterebbe di comportamenti, in un certo senso, “obbligati”, posti entro una varietà limitata di opzioni determinate da modelli culturali inavvertibili ma potenti.
Subentrano poi anche l’abitudine, frutto della necessità, la saggezza del corpo che ci insegna a distinguere ciò che giova da ciò che nuoce al nostro organismo, ma soprattutto entrano in gioco considerazioni che esulano dalla sfera prettamente materiale o culinaria. L’atto del nutrirsi, infatti, essendo essenziale alla nostra vita e alla nostra esistenza sulla terra, ha senza alcun dubbio carattere fisiologico e materiale, ma allo stesso tempo è fortemente carico di significati sociali e simbolici.
Tralasciando i casi in cui è la mera sussistenza a dettare ciò che si deve mangiare, il cibo cessa di essere solo un bisogno fisiologico e diventa necessità culturale. Non è più soltanto sostentamento per il corpo ma diviene anche nutrimento per l’anima. Per queste ragioni si può affermare che il cibo e quindi l’alimentazione in generale possano esser intesi come fatto sociale culturale e anche morale.

2 commenti:

  1. Soddisfacendo il necessario bisogno di "far crescere", il cibo diventa strumento estatico di accostamento al divino. La nostra cultura cristiana concentra nel cibo il più alto momento di vicinanza divina. Ogni territorio si ciba di ciò che possiede e lo elabora nel tempo analogamente a quanto fa con le proprie norme di comportamento.

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